SHINING (Stanley Kubrick, 1980) -
recensione di Carlo Valeri
Quando nel 1980
esce Shining, Stanley Kubrick viene dal mezzo fallimento commerciale di
Barry Lyndon (id. ’75), uno dei film più difficili e ambiziosi
del nostro. Probabilmente ancora scottato per l’immeritata diffidenza
(anche critica) che aveva accompagnato la pellicola, per il film
successivo il regista americano decide di avvicinarsi a un genere per
così dire più popolare, l’horror, e lo fa prendendo in
esame il romanzo di uno degli scrittori già allora più
promettenti nella letteratura americana di ‘genere’: The Shining di
Stephen King, autore che per il successivo ventennio sarebbe stato
quasi completamente vampirizzato dal cinema americano.
Una volta acquistati i diritti del libro, Kubrick ne stravolge
però ritmo, temi, ossessioni e struttura narrativa (tra cui il
finale, splendidamente lontano dalla banalità effettistica del
libro). Ne vien fuori così un’opera angosciante, molto
personale, tecnicamente perfetta e assolutamente in linea con la
complessità filosofica di tutta la filmografia kubrickiana, una
pellicola enigmatica, tutt’altro che convenzionale, ripudiata dallo
stesso King, ma indiscutibilmente tra le più amate e celebri di
Kubrick.
Molti sono gli elementi che fanno di Shining un capolavoro assoluto:
dalla perizia della messa in scena, con la steadycam utilizzata per la
prima volta nelle sequenze del labirinto e in quelle di Danny che
attraversa i corridoi dell’Overlook Hotel, alla complessità
sonora del film intessuta di dissonanze elettroniche e musica colta
contemporanea (Ligeti, Bartok, Penderecki, Wendy Carlos che riarrangia
Berlioz), dalla folle interpretazione cartoonesca di Jack Nicholson, il
cui ghigno malvagio rimarrà da allora nel bene e nel male
irrimediabilmente appiccicato al volto dell’attore americano,
all’ennesima enunciazione dell’ossessione e della perdita di controllo
come temi dominanti e ricorrenti nel cinema del grande regista
americano. In Shining la tensione viene dilatata a livelli quasi
insostenibili, senza peraltro sfociare mai in una violenza veramente
esibita (importante a tal proposito ricordare come l’unico personaggio
‘ucciso’ del film sia il cuoco di colore). A Kubrick interessa
soprattutto terrorizzare lo spettatore sfruttando al massimo le
potenzialità ipnotiche del linguaggio cinematografico,
confondendo e alterando la comune concezione del tempo e dello spazio.
Non a caso l’Overlook Hotel con il procedere del film diventa sempre
più una sorta di universo ‘chiuso’, a sé stante, deposito
di immagini oniriche incessanti, di geometrie spaziali che appaiono
mutevoli e non ben definite, di visioni passate (le allucinazioni di
Jack Torrance) e future (le premonizioni-shining del piccolo Danny),
che contribuiscono notevolmente a eliminare ogni possibile distinzione
tra sogno e realtà. E il finale così misterioso, con la
foto di Torrance datata 1921, non fa che depistare definitivamente ogni
possibile interpretazione diacronica, sposando un’idea di tempo
circolare ed eterna. Altro che film horror. Altro che Stephen King.
Ineguagliabile.
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