Quando nel 1980 esce Shining, Stanley Kubrick viene dal mezzo fallimento commerciale di Barry Lyndon (id. ’75), uno dei film più difficili e ambiziosi del nostro. Probabilmente ancora scottato per l’immeritata diffidenza (anche critica) che aveva accompagnato la pellicola, per il film successivo il regista americano decide di avvicinarsi a un genere per così dire più popolare, l’horror, e lo fa prendendo in esame il romanzo di uno degli scrittori già allora più promettenti nella letteratura americana di ‘genere’: The Shining di Stephen King, autore che per il successivo ventennio sarebbe stato quasi completamente vampirizzato dal cinema americano.
Una volta acquistati i diritti del libro, Kubrick ne stravolge però ritmo, temi, ossessioni e struttura narrativa (tra cui il finale, splendidamente lontano dalla banalità effettistica del libro). Ne vien fuori così un’opera angosciante, molto personale, tecnicamente perfetta e assolutamente in linea con la complessità filosofica di tutta la filmografia kubrickiana, una pellicola enigmatica, tutt’altro che convenzionale, ripudiata dallo stesso King, ma indiscutibilmente tra le più amate e celebri di Kubrick.
Molti sono gli elementi che fanno di Shining un capolavoro assoluto: dalla perizia della messa in scena, con la steadycam utilizzata per la prima volta nelle sequenze del labirinto e in quelle di Danny che attraversa i corridoi dell’Overlook Hotel, alla complessità sonora del film intessuta di dissonanze elettroniche e musica colta contemporanea (Ligeti, Bartok, Penderecki, Wendy Carlos che riarrangia Berlioz), dalla folle interpretazione cartoonesca di Jack Nicholson, il cui ghigno malvagio rimarrà da allora nel bene e nel male irrimediabilmente appiccicato al volto dell’attore americano, all’ennesima enunciazione dell’ossessione e della perdita di controllo come temi dominanti e ricorrenti nel cinema del grande regista americano. In Shining la tensione viene dilatata a livelli quasi insostenibili, senza peraltro sfociare mai in una violenza veramente esibita (importante a tal proposito ricordare come l’unico personaggio ‘ucciso’ del film sia il cuoco di colore). A Kubrick interessa soprattutto terrorizzare lo spettatore sfruttando al massimo le potenzialità ipnotiche del linguaggio cinematografico, confondendo e alterando la comune concezione del tempo e dello spazio. Non a caso l’Overlook Hotel con il procedere del film diventa sempre più una sorta di universo ‘chiuso’, a sé stante, deposito di immagini oniriche incessanti, di geometrie spaziali che appaiono mutevoli e non ben definite, di visioni passate (le allucinazioni di Jack Torrance) e future (le premonizioni-shining del piccolo Danny), che contribuiscono notevolmente a eliminare ogni possibile distinzione tra sogno e realtà. E il finale così misterioso, con la foto di Torrance datata 1921, non fa che depistare definitivamente ogni possibile interpretazione diacronica, sposando un’idea di tempo circolare ed eterna. Altro che film horror. Altro che Stephen King. Ineguagliabile.